Antonella Rigo, l’innovatrice sensibile dal cuore musicale
Ha il cuore ardente ed è capace di amare con forza e lealtà. Lo sguardo è sempre pronto a immaginare ciò che ancora non esiste. Creativa, indipendente, luminosa, vive con intensità e visione, sa guidare senza imporsi, sorprendere senza sforzo e lascia dietro di sé un’energia che ispira e libera.
Antonella Rigo, perché nella didattica musicale lei è un’innovatrice?
Forse perché non ho mai pensato alla musica come un percorso unico, valido per tutti. Secondo me, ogni persona porta con sé un modo diverso di apprendere e di comunicare, e il mio lavoro è proprio quello di creare degli spazi dove ognuno possa trovare il proprio accesso alla musica. Diciamo che innovare per me significa costruire degli ambienti flessibili, degli ambienti aperti, dove anche i linguaggi tradizionali convivono con degli strumenti e delle modalità nuove.
AMI, nato da Ritmea, è un nuovo modello di inclusione musicale?
AMI, attività musicale inclusiva, nasce proprio con questa intenzione, e cioè ripensare dall’inizio come le persone possono accedere proprio alla musica. Noi non vogliamo inserire qualcuno in qualcosa di già precostituito, di qualcosa di già fatto, ma creiamo dei contesti in cui tutti abbiano pari dignità e pari possibilità. È un modo di restituire alla musica ciò che è sempre stata, e cioè un diritto culturale di tutti.
Udine è pronta ad accogliere la sua visione di inclusione?
Io sento che sicuramente Udine ha una grande disponibilità ed è molto attenta verso queste tematiche. Da noi c’è una rete culturale viva, curiosa e molto sensibile. Vedo una crescente volontà di attivarsi, di sperimentare, di costruire degli spazi dove ciascuno possa trovare il proprio modo di partecipare. Udine ha tutte le energie per fare questo, ma è importante la progettualità.
Nel lavoro di AMI, qual è l’insegnamento più importante che vorrebbe condividere?
La cosa più importante è che la partecipazione culturale non è un premio, non è un gesto di generosità, è un diritto. La musica non appartiene a chi sa farla secondo dei modelli prestabiliti, come tutti la conosciamo, ma c’è anche un’altra musica. Vorrei che si smettesse di considerare la disabilità come un’eccezione da gestire o da inserire in alcuni contesti. Vorrei che si iniziasse a progettare delle esperienze in cui tutti quanti abbiano accesso, senza essere per questo incasellato o limitato.
In che senso la musica è davvero un linguaggio universale?
Ogni persona nella musica può entrarci in modo diverso. La musica può essere un suono, può essere un ritmo, un gesto, la melodia, un movimento, vibrazione, e non chiede che tutti partano dalla stessa competenza o dallo stesso punto. È un linguaggio che unisce proprio perché permette mille strade e non ne privilegia una sola, per cui è un luogo in cui tutte le differenze possono convivere.
Come si alimentano nel tempo curiosità e impegno anche nelle difficoltà?
Per me la curiosità nasce dal confronto con le persone. Infatti, ogni volta che incontro un nuovo modo di apprendere, oppure anche un nuovo bisogno o un nuovo sguardo, io imparo qualcosa. Le difficoltà diventano parte di questo processo, non diventano un ostacolo e mi guida l’idea che il nostro compito in questo progetto non è semplificare il mondo alle persone, ma è quello sempre di creare degli ambienti in cui tutti quanti possano accedere alla cultura senza delle barriere inutili.
Le collaborazioni che ha costruito, cosa raccontano della sua idea di educazione musicale?
La musica, dal mio punto di vista, vive davvero quando incontra la comunità. Le collaborazioni che io ho costruito con enti, con associazioni, istituzioni culturali, professionisti, sono il modo per portare la musica fuori dai confini tradizionali di un’aula. La scuola da sola non basta, serve appunto un territorio che si muove, che dialoga, che permette a ciascuno di inserirsi con il proprio ritmo e con le proprie competenze. Secondo me, solo così la cultura diventa quindi un bene condiviso e non un luogo selettivo.
L’empatia può davvero abbattere tutte le barriere?
L’empatia è sicuramente fondamentale perché ci permette di vedere l’altro come persona e quindi non come categoria. Da sola non basta. L’empatia deve accompagnarsi alla responsabilità di progettare gli ambienti realmente accessibili, per cui diciamo che l’empatia apre il cuore, ma è la progettualità che apre le porte ed insieme riescono a costruire dei percorsi culturali accessibili.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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