Ottimismo obbligatorio: istruzioni per l’uso.
Prova a pensarci. Alla domanda Tu come stai? La tua risposta è sempre: “benissimo”!
Non “bene”… non “così così”… La risposta è “Benissimo!”. Un suffisso superlativo che sembra dire: non indagare oltre, perché qui è tutto in ordine!
Questa risposta è un riflesso condizionato, una formula di cortesia emotiva. Serve a proteggere due cose: il tuo equilibrio precario e il tempo dell’altro. Perché dire la verità richiede spazio, attenzione, e soprattutto la possibilità che qualcuno ti risponda davvero. E spesso non c’è né l’una né l’altra.
“Benissimo” è una parola comoda. È una serranda abbassata. Dietro magari c’è stanchezza, rabbia, paura, senso di inadeguatezza. Ma tu sorridi e dici “benissimo”, perché ammettere che non va bene significa esporsi. E noi, culturalmente, l’esposizione emotiva la viviamo come una colpa, o peggio, come una debolezza.
Elio e le Storie Tese
C’è poi un altro livello, più sottile. Rispondere “benissimo” è anche un modo per dire: sono all’altezza. Sto reggendo. Funziono. In una società che premia la performance, stare “così così” è già un mezzo fallimento. Stare male è un fallimento completo. E allora meglio mentire un po’. A sé stessi, prima ancora che agli altri.
Rino Gaetano
Ora allarga lo sguardo. Questa dinamica non riguarda solo le conversazioni al bar. La ritrovi identica nel linguaggio di chi governa. Tutto va bene! È la stessa risposta, solo detta con una cravatta e un grafico alle spalle. Anche lì, dire la verità avrebbe un costo emotivo e politico enorme. Ammettere che qualcosa non funziona significa assumersi una responsabilità. E la responsabilità, si sa, è molto meno popolare dell’ottimismo.
Il messaggio di fondo è sempre lo stesso: non preoccuparti, rilassati, va tutto bene. Anche quando senti chiaramente che non è così. E questa discrepanza crea un cortocircuito interessante: se mi dicono che va tutto bene ma io mi sento male, allora il problema sono io. Non il sistema, non il contesto, non la realtà. Io.
Ed è qui che il “benissimo” diventa pericoloso. Perché non è solo una bugia sociale, è una forma di isolamento. Se tutti stanno “benissimo”, tu che stai male ti senti fuori posto. Sbagliato. E quindi torni a dire “benissimo” anche tu. Il cerchio si chiude, perfettamente.
Giorgio Gaber
Forse la vera trasgressione, oggi, non è stare male. È dirlo. È rispondere: “non benissimo, ma ci sto lavorando”. Sarebbe già un atto rivoluzionario. Piccolo, certo. Ma in un mondo che ti chiede continuamente di sorridere e annuire, anche una crepa minuscola può far entrare un po’ d’aria.
E magari, la prossima volta che qualcuno ti chiede “come va?”, prima di rispondere automaticamente, fermati un secondo. Non per fare una seduta di psicoanalisi in fila alla cassa del supermercato. Ma per ricordarti che non devi stare benissimo per forza. E che, ogni tanto, dire la verità è molto più sano che sembrare a posto.
Lucio Dalla
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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