Dal filo alla vita: l’arte friulana di abitare corpo e ambiente
Abito e habitat: due parole diverse, ma inseparabili.
L’uno custodisce il tuo corpo, l’altro ti accoglie nello spazio.
E tra i due c’è il tessuto: la tua seconda pelle, ponte silenzioso tra intimità e mondo.
Indossare un tessuto non è mai un gesto neutro.
Il tatto traduce ogni fibra in emozione, ogni stoffa in simbolo.
Perché un tessuto è terra, mani, memoria. È un racconto che ti accompagna e ti abita.
Dalla lana calda delle stalle friulane, al lino leggero dei campi, fino alle fibre innovative, i tessuti diventano i tuoi compagni di vita.
Specchi del tuo modo di abitare il mondo.
“Lino nostràn, canevo, lane, bavêla.”
Sembrano formule propiziatorie, parole di un rituale antico. In realtà custodiscono saperi, luoghi e fibre della tradizione tessile friulana.
Il lino nostràn era il lino locale, coltivato e lavorato in casa. Fresco e leggero, portava benessere e parlava di autenticità. In tante comunità rurali, avvolgere un neonato in una camicia di lino era un augurio di salute e prosperità.
Il canevo, un tempo luogo dove si essiccava la canapa, divenne poi la dispensa di casa.
La canapa stessa era fibra robusta e resistente: parlava di radici, essenzialità e connessione con la terra. Una fibra che non si piega alle difficoltà, proprio come il popolo che l’ha coltivata.
La lana, grezza e ruvida, veniva cardata e filata per uso domestico. Calda, avvolgente, simboleggiava l’abbraccio che protegge senza stringere: la fibra dell’intimità familiare, evocava calore e protezione materna.
La bavêla, filo grezzo ricavato dal bozzolo del baco da seta, scivolava tra le mani trasformandosi in un filato carezzevole e luminoso. Comunicava piacere, eleganza e la lezione di non giudicare dalle apparenze: ogni bozzolo racchiudeva una bellezza sorprendente.
Ogni parola racconta un mondo in cui nulla si sprecava.
Ogni fibra aveva un senso. Ogni sapere passava di mano in mano, di generazione in generazione.
Lino, canapa, lana e seta erano il cuore della produzione domestica friulana: il suono della terra, il lavoro contadino, le mani delle donne che filavano insieme, trasformando il freddo delle stalle in calore comunitario.
Era un’economia circolare, autentica, locale. Le materie prime venivano coltivate, lavorate e trasformate in casa o in piccole botteghe. Nulla si buttava: ogni scampolo si riutilizzava, ogni filo tornava a nuova vita.
E accanto alle greggi di pecore e ai gelsi con i bachi da seta, arrivarono nuove fibre. Il cotone portò una rivoluzione: economico, morbido, familiare. Gradualmente sostituì lino, lana e canapa, trasformando la rete artigiana che univa famiglie, comunità e mestieri. Da lì, la storia cambiò direzione.
Oggi leggi nelle etichette: elastane, viscosa, poliestere. Ma sai davvero cosa indossi?
La qualità degli abiti non è più garantita dal prezzo, o dal prestigio di un marchio. Perché ciò che indossi non è solo stoffa: è memoria, è identità, è il filo invisibile che ti lega alla terra e agli altri.
E allora ecco tre gesti semplici per vestire con maggiore consapevolezza:
Primo: conosci il tessuto.
Scegli fibre naturali che si possono riciclare: il lino, ad esempio, cresce con poca acqua e dura a lungo.
Secondo: guarda l’etichetta… e oltre.
Controlla la filiera, le certificazioni, il consumo energetico.
Terzo: ripara, riusa, scambia.
Dai nuova vita ai tuoi capi. Rammenda, condividi, crea. Torniamo a dare valore alle mani.
Il tessuto è la tua seconda pelle: accarezza il corpo, custodisce la tua memoria. E se ascolti quella memoria, se ascolti la sua storia, allora forse puoi davvero prenderti cura del tuo futuro.
Grazie per avermi ascoltato.
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Ti aspetto nel prossimo episodio di Radici in Stoffa.
Music by Michael Hammer with SUNO IA
Radici in Stoffa è un podcast originale di Silvia Cacitti, realizzato in collaborazione con il Museo Etnografico e il Patrocinio del Comune di Udine. Tutte le puntate di Radici in stoffa le puoi trovare su udinepodcast.it
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