Amanda Paganini, la traduttrice visiva dallo sguardo metodico.
È una presenza luminosa, guidata da entusiasmo e visione. Ama gli orizzonti ampi, le promesse del domani, le strade che profumano di possibilità. Il cuore è fiero, generoso, ardente; lo spirito libero, curioso, in continuo movimento. Vive con passione dichiarata, senza nascondere ciò che sente. Quando entra in una stanza porta calore, fiducia e quella scintilla che invita a credere un po’ di più nella vita.
Amanda Paganini, come si diventa comunicatrice visiva per la scienza?
Restando nella confusione. Mi piace disegnare. O la chimica? O le storie? E soprattutto: come funziona la luce? E una cellula? Io ero bravetta a disegnare quindi è finita che ho studiato illustrazione e grafica. Poi mia sorella, che fa ricerca, aveva bisogno di spiegare cosa faceva. L’ho aiutata a illustrarlo e lì ho capito che mi piaceva e potevo lavorare traducendo concetti scientifici in immagini.
Cosa La affascina delle materie STEM?
Quello che amo è lo spirito di chi le studia. Hanno la convinzione che possiamo capire il mondo e usare quella conoscenza per non subire il destino, ma per scriverlo noi. È un percorso che non si fa da soli, ma collaborando e migliorandosi a vicenda. In fondo, le STEM sono questo: un mix potente di umiltà nel metodo e ottimismo negli obiettivi.
Attraverso quale processo lei dà forma a un concetto?
“Concetto” è la parola giusta: perchè nel mio lavoro spesso non ritraggo oggetti, ma più spesso fenomeni che nella realtà non sono direttamente osservabili. Il processo ha quattro fasi: Capire il concetto. È la parte più bella: uno scienziato, magari il massimo esperto al mondo di un tema super specifico, me lo racconta in modo semplice. Capire l’immaginario, ossia diciamo l’alfabeto visivo, con cui generalmente comunica chi vedrà l’immagine che creerò. Riguarda sia lo stile artistico che la forma delle cose che rappresento. Invento l’immagine rispettando tutti i vincoli raccolti nelle prime due fasi, ne faccio una bozza e la discuto con il ricercatore. Realizzare l’illustrazione finale, con software come Photoshop o programmi 3D.
Cosa rende un’immagine necessaria e non solo bella?
Credo sia un approccio completamente diverso all’immagine. Un’immagine può essere effettivamente anche solo gradevole. Che è come quando andiamo a camminare sul Tagliamento e rimaniamo incantati dalla forma e dal colore di un sasso. Certo: lo guardi, è bello, e la cosa un po’ finisce lì. Però se un’illustrazione scientifica è bellissima ma non comunica, per me è sbagliata. Mi capita per esempio di fare schemi che condensano pagine di dati e analisi per velocizzarne la comprensione. O anche: a volte devo creare una copertina che renda “epica” una scoperta e inviti a leggere l’articolo che ne parla. Un’immagine può servire a tante cose diverse… Insomma, nel mio lavoro ci sarebbe da stupirsi se un’immagine non fosse necessaria.
Oggi, come si conquista l’attenzione del pubblico?
Oggi l’attenzione è una risorsa scarsa. Per vincere quella del nostro pubblico dobbiamo capire qual è lo scopo della nostra comunicazione, a chi è rivolta e chi siamo. Solo costruendo la comunicazione attorno a queste variabili l’immagine smette di essere un rumore e diventa un segnale nitido.
Ama essere stupita attraverso profumi e sapori, ma non ama le sorprese. Perché?
Perché sono una persona intimorita dalle sorprese: le associo a nuovi problemi da gestire. Con odori e sapori è diverso. Mi fanno entrare in una dimensione puramente sensoriale. Ma quanto è bello quando una golosità o un profumo ci fanno fare una “vacanzina” dalle preoccupazioni di tutti i giorni?
Pregiudizi sul nucleare: cosa sta cercando di scardinare con il Suo dottorato?
Premessa: non sto cercando di convincere nessuno che il nucleare sia giusto. E il punto invece è proprio il pregiudizio. Perché spesso abbiamo idee sul nucleare basate su immagini del passato più che su conoscenze aggiornate su come stanno le cose oggi. Con la comunicazione visiva provo a rendere la scienza affascinante e comprensibile per tutti quelli che poi ne dovranno scegliere le sorti, per esempio in cabina elettorale.
Se dovesse illustrare il Suo futuro, che immagine vedremmo?
Non posso illustrarlo: non ho la sfera di cristallo! Però so cosa mi piacerebbe diventare: art director per la comunicazione della scienza. Il resto, per ora, resta in bozza.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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