Erik Pagnutti, l’educatore atipico dalla quiete creativa.
Brilla di una luce vivace e mobile, ha il calore di chi sa farsi notare senza sforzo e la mente rapida di chi ama giocare con le parole e le idee. Carismatico, curioso, comunicativo, vive di scambi, stimoli, relazioni. Dietro il suo entusiasmo c’è un’intelligenza brillante che trasforma ogni incontro in una scena viva, piena di energia e possibilità.
Erik Pagnutti, perché si definisce un dinosauro?
Beh, parto col dire che i dinosauri mi piacciono tantissimo, quindi ne conosco tanti, e quindi prosegue dicendo che dipende, dipende dalla situazione in cui mi posso definire un dinosauro. Dipende che dinosauro?
Le sue attività ruotano attorno ai ragazzi. Che cosa le restituiscono i giovani che gli adulti non riescono più a dare?
Io penso che lavorando coi ragazzi, e coi bambini in particolare, ho la possibilità di esplorare alcuni modi del mio comunicare che possono incontrare le loro esigenze. Gli adulti hanno altre necessità di comunicazione, quindi penso di trovarmi più nelle stesse corde in cui si trovano i bambini piuttosto che gli adulti. Ma voglio precisare che con gli adulti non ho difficoltà, semplicemente si tratta di modi di comunicare diversi.
Quando ha pensato che la sua strada era diventare un insegnante?
L’ho pensato, ora non lo penso più. Lo preciso e ci tengo a precisarlo. E comunque l’ho deciso e pensato di potermi dare una possibilità con lo studio, visto che ho una carriera scolastica piuttosto disastrosa, all’età di ventotto anni, quando mi sono iscritto all’università. E questa decisione l’ho presa nel momento in cui ho saputo che a scuola si insegnava dei dinosauri, cosa che io quando ero piccolo non ho potuto fare.
Per lei la libertà senza struttura non è libertà. Come la spiegherebbe a un bambino?
Con una metafora, un’analogia. Penserei a una persona che, al pari di un pisello odoroso, vorrebbe fiorire. Non è necessario che tutti i piselli odorosi fioriscano al pieno delle proprie potenzialità, però nel momento in cui il pisello odoroso volesse fiorire al massimo delle proprie potenzialità, avrebbe bisogno di una struttura su cui arrampicarsi e quindi resta libero di esprimersi nella migliore delle sue possibilità, ecco. Ma è una scelta che si fa.
Quando pensa alla parola comunità, qual è la prima immagine che le viene in mente?
Molte persone diverse che insieme coesistono, collaborano con un fine comune.
Lei ha la passione per i libri illustrati. Cosa sanno fare le immagini che le parole da sole non riescono?
Allora, i libri illustrati, va da sé, hanno all’interno le illustrazioni, che è come aggiungere un nuovo alfabeto, un nuovo canale di comunicazione all’interno di un canale che noi conosciamo, utilizziamo e che chiamiamo libri. E quindi questo fanno in verità gli albi illustrati: ampliano il raggio di comunicazione di un, di un messaggio. E questo è il loro, il loro punto di forza. Va da sé, sia libri con solo parole, sia libri con solo immagini, sono in grado di fare benissimo il proprio mestiere senza avere bisogno dell’intrusione l’uno dell’altro. Quando si mettono insieme, però, il messaggio è particolarmente efficace.
Qual è la sua relazione con Pierangela Felice?
La mia relazione con Pierangela Felice è un rapporto di simbiosi. Forse sarà uno spoiler per qualcuno, ma io e Pierangela Felice siamo la stessa persona. Io ho iniziato a vestire i panni di Pierangela Felice nel momento in cui me la sono sentita di farlo ed è una cosa che mi è sempre piaciuta fare e che cerco di mettere insieme. Prendo cose che dentro di me ho già e le giustappongo in una nuova forma che prima non c’era e che a me soddisfa e piace.
Se Udine fosse un albo illustrato, quale sarebbe la sua immagine di copertina?
La quiete. Punto.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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