Giacomo Plozner, l’equilibrista riflessivo dalla gratitudine prudente.
È un uomo che vive tra visione e sentimento, con la mente proiettata in avanti e il cuore attento a ciò che accade dentro. Libero nel pensiero, sensibile nei legami, sa accogliere senza perdere la propria indipendenza. Apparentemente distante, custodisce un mondo emotivo profondo. Ama immaginare, proteggere, creare connessioni autentiche. Con lui, l’innovazione ha sempre un volto umano.
Giacomo Plozner, in RAI lei pensa, costruisce, coordina, conduce e mette in onda. Possiede un fisico bestiale?
Non so se ci vuole un fisico bestiale, ma un po’ di occhi, orecchie e ogni tanto anche gambe servono. Diciamo che tutto sta in quello che si vuole fare e nel modo con cui si vuole realizzarlo, per cui anche un fisico meno ferino può bastare, ma con una buona dose di organizzazione e focalizzazione si riesce a gestire tutto. Insomma, un fisico bestiale sì, ma che abbia soprattutto una penna in mano per prender nota di tutto.
Nel suo lavoro incontra continuamente persone nuove. Che cosa cerca in loro?
Cerco contenuti raccontati con entusiasmo e vivacità. Facendo principalmente interviste in radio e dovendo quindi fare affidamento solo sulla voce, credo che sia importante che le parole vengano usate in un certo modo, così che l’ascoltatore possa seguire volentieri il racconto e possibilmente non si annoi. Quello che vorrei insomma, e che è compito mio fare in modo che accada, è che l’intervistato faccia avvincere chi ci ascolta, non solo per la validità e la bellezza delle cose raccontate, ma anche attraverso lo spirito con cui lo fa, in modo di far suscitare interesse e curiosità.
Lei si definisce un preso bene: è una postura etica o un tratto del carattere?
Verrebbe da rispondere una scelta. Sicuramente di indole sono una persona allegra, ma ho anche fatto del divertimento in qualche modo una missione. Mi sono proprio imposto di fare tutto quello che devo fare, e penso al lavoro, agli hobby, ma fino alle faccende domestiche o alla spesa, per dire, di farlo per l’appunto divertendomi. Alla luce di tutto questo, potrei rispondere dicendo che è un tratto caratteriale elevato a paradigma di eticità.
Si sente più a suo agio nel pensiero o nel corpo?
Sto molto bene in entrambi, devo dire, ma ad oggi abitare il corpo mi dà forse più senso di pienezza, di possedere meglio me stesso. Non sono però scindibili: prima di abitare bene un corpo, bisogna saper stare nel pensiero. È come se imparando a stare nel pensiero, si acquisissero gli strumenti per stare poi meglio dentro un corpo. Alla fine, la mente è infinita, mentre il corpo è limitato ed è più difficile stare in uno spazio ristretto.
Se dovesse definire Udine non come città, ma come stato d’animo, quale sarebbe?
Questa non è una risposta semplice. Udine è una città che mi è capitata e che non ho scelto. Ho vissuto per lungo tempo in Carnia e poi mi sono trasferito per studio in alcune città italiane. Udine quindi la descriverei come un sentimento della maturità, un’accettazione consapevole che porta con sé responsabilità e scelte. È sul crinale, tra un percorso finito e uno appena avviato.
Si definisce equanime. C’è qualcosa che le manca dell’essere più sbilanciato?
Ma in realtà non ho mai smesso di perdere l’equilibrio. Essere equanime lo intendo come essere collocato ad una giusta distanza emotiva dalle cose interne ed esterne che mi accadono, per non esserne troppo sconquassato o addirittura sopraffatto. Ma l’equilibrio lo si costruisce giorno per giorno, mettendo e togliendo costantemente elementi dai piatti della bilancia. Diciamo che c’è equanimità in presenza di uno squilibrio sempre in movimento.
Quando dice che non cambierebbe nulla della sua vita, è gratitudine o prudenza?
Questa è una domanda terribile, è la prima che ho notato ed è quella che mi ha dato più da riflettere. Vale se rispondo: non cambierei niente perché ne sono profondamente grato, ma meglio dirlo con prudenza? Giusto prima si parlava di equanimità. Cerchiamo di non ribaltare la bilancia subito così, dopo tanta fatica e tempo speso.
Se dovesse spiegare a un bambino che cosa significa stare nel mondo, che immagine userebbe?
Mi rifaccio ad un quadro e ad una colonna sonora, quindi diciamo che potrebbe essere un’immagine fissa messa in movimento dalla musica. Come immagine scelgo la danza di Matisse, dove cinque persone danzano in cerchio tenendosi per mano. I colori del dipinto sono vivaci, vividi e forti. Come canzone scelgo invece Il cerchio della vita de Il Re Leone, film d’animazione che penso non abbia bisogno di spiegazioni. Questo quindi direi, ma non è solo stare nel mondo a questo punto, è anche venire ad esso, assecondarlo, nutrirlo e in ultima istanza salutarlo, pronti per ricominciare ancora e ancora.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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