Il filo invisibile della forza: il lavoro delle donne nelle filande
C’era un tempo, non così lontano, in cui il futuro di molte ragazze friulane cominciava da un filo.
Un filo sottilissimo, lucente, quasi invisibile: quello della seta.
Un filo che univa mani, corpi, generazioni intere… e con esse, il destino di migliaia di donne.
Siamo in Friuli Venezia Giulia, alla fine dell’Ottocento. La campagna pulsa di vita, il baco da seta è considerato oro. E le filande, enormi edifici caldi, umidi e affollati, diventano vere e proprie cattedrali del lavoro femminile.
Qui entrano bambine, giovani, madri. Entrano all’alba, escono al tramonto. Nel mezzo: ore di vapore, rumore, gesti ripetuti. Ore in cui il tempo si misura in fili tesi, in occhi attenti, in mani bruciate dall’acqua bollente.
Le mansioni sono ben distinte: La Scopina, La Filatrice, La Maestra, L’ Annodatrice, La Mezzana. Ciascuna con il suo nome, il suo sapere, il suo gesto preciso. Ogni donna è un anello della catena invisibile che trasforma i bozzoli in seta.
Le loro competenze? Nessuno le chiama talento.
È “solo” lavoro da donne. Invisibile, silenzioso, sottovalutato.
I soldi sono pochi. Le malattie, tante. Ma la filanda è anche altro.
È il primo spazio femminile collettivo. Il primo luogo dove le donne, prima isolate nel privato domestico, si incontrano. Si parlano. Si ascoltano. Si raccontano.
Nei ritmi del lavoro, nei sussurri tra i vapori, nascono confidenze. Si stringono alleanze. Si accendono sogni. E in quel clima duro, tra le risate strozzate e le preghiere recitate in coro, cresce qualcosa.
Un seme piccolo, ma potente: la coscienza di valere. La consapevolezza di meritare di più. Di poter scegliere. Di potersi ribellare.
In quel filo invisibile, tra un bozzolo e un rocchetto, c’è già tutto: indipendenza, resilienza, femminismo… e l’inizio dell’empowerment.
Ora ti chiedo: è davvero cambiato qualcosa?
Parliamo di diritti, di parità, di empowerment.
Eppure, ci sono ancora tante donne che lavorano troppo e guadagnano troppo poco. Che restano invisibili. Che ogni giorno scelgono tra sogni e bollette, tra libertà e aspettative. Che lottano per essere ascoltate, credute, riconosciute dove si decide.
Per secoli alle donne è stato detto di tessere. Con pazienza, precisione, obbedienza. Anche oggi siamo educate ad assumere ruoli considerati femminili. Ma cambiare il futuro significa cambiare il telaio.
Studiare, sperimentare, innovare. Non solo toccare il filo, ma decidere dove portarlo. Quelle mani che un tempo lavoravano nelle filande meritano oggi di tessere un nuovo ordito: idee, imprese, futuro da dirigere.
L’empowerment non è un dono è una conquista. Un filo lungo, resistente, che attraversa ogni donna. Dalle vasche bollenti, tra le dita stanche, silenzi, canti, preghiere e rivolte… fino a te.
Sta a te non spezzarlo.
Sta a te tesserlo ancora, con nuove mani, nuove voci, nuove strade.
Sta a te farne il futuro. Insieme.
Grazie per avermi ascoltato.
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Ti aspetto nel prossimo episodio di Radici in Stoffa.
Music by Michael Hammer with SUNO IA
Radici in Stoffa è un podcast originale di Silvia Cacitti, realizzato in collaborazione con il Museo Etnografico e il Patrocinio del Comune di Udine. Tutte le puntate di Radici in stoffa le puoi trovare su udinepodcast.it
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