Luca Altobelli, l’uomo ruvido dalla misura essenziale.
È una presenza che non si lascia addomesticare. Per anni è stato un blocco duro, senza sfumature. Oggi ha spigoli smussati, ma resta netto. Sta nel mondo a modo suo, lavora, corre, pulisce sentieri che non gli appartengono. Non per eroismo, ma perché qualcuno deve farlo. Diretto, a tratti scomodo, non cerca approvazione, cerca coerenza. E lì, nel concreto, trova il suo equilibrio.
Luca Altobelli, lei si è davvero tolto dal sistema oppure ci sta dentro in un altro modo?
No, ci sto ancora dentro perché il sistema così com’è non è sbagliato. Mi permette di accendere la luce premendo un pulsante, di avere l’acqua girando un rubinetto. Ho imparato a usare del sistema le parti indispensabili, quindi evitare tutto il superfluo, che nel mio caso è molto.
Cosa ha capito davvero in quei 26 anni di lavoro da dipendente?
Eh, vabbè, forse è un luogo comune, però siamo veramente dei numeri nel lavoro dipendente. Vieni svilito, vieni sfruttato e poche le soddisfazioni, ecco. Se vuoi, lavorando nel commercio, più soddisfazioni con, con le persone, col cliente, ma da parte dell’azienda veramente zero.
Ha mollato per scappare o per avvicinarsi a qualcosa?
Ho mollato per trovare un equilibrio, perché avevo raggiunto un punto di non ritorno. Avevo espresso il peggio di me e quindi ho deciso: basta, adesso è il momento di fare una pausa e di ritrovare Luca originale.
Parliamo del torrente Torre. Perché si prende cura di qualcosa che non è suo?
Ah no, beh, questa è facile. Avevo bisogno di un posto per potermi allenare. Il posto più vicino era il Torre e ho detto: vabbè, c’è solo quello, mettiamolo un po’ in ordine visto che non lo fa nessuno. Poi da lì è nata l’idea di tenerlo in maniera più decorosa anche per renderlo più fruibile dalla comunità. Perché se la gente usa un posto in maniera corretta, anche lo ama, lo apprezza e quindi lo tiene meglio, lo cura di più.
Cosa succede dentro di lei quando pulisce un sentiero?
Diciamo che cerco armonia, cerco equilibrio. Io ho sempre amato fare i lavori manuali, per cui fare qualcosa che mi piace mi rilassa. Sapere che questo qualcosa può anche servire agli altri mi stimola, mi motiva.
Cosa perdiamo quando corriamo senza ascoltare quello che ci sta intorno?
Ah, tutto. Io non, non riuscirò mai a capire chi si isola con le cuffiette. Cioè per me l’ambiente è viverlo, è esserci dentro, no? Non sono drogato dai tempi, dai cronometri. A me piace andare, ma vivere il momento. Per cui dico sempre: se c’è un capriolo mi fermo a guardarlo, ma devo poterlo sentire.
Perché spesso le persone quando la incontrano per la prima volta non la sopportano?
Eh, amo fare sempre questo esempio. La noce per apprezzarla devi rompere il guscio. Io per troppi anni mi sono rivestito di una corazza. Molto spigolosa, con molte spine. Nel tempo ho imparato a limare un po’ gli angoli e a togliere un po’ di spine. Però per scoprire il vero me devi fare fatica. E questa cosa non sempre piace a tutti.
Oggi, in fondo, chi è Luca?
Eh, questa è l’unica domanda a cui non so rispondere. Eh, dovrebbero dirtelo gli altri chi è Luca, perché credo che le altre persone, almeno di me, tutti hanno una una visione molto diversa. Una sfaccettatura possono cogliere. Io, spero di essere un uomo in ricerca. Forse un inguaribile romantico.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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