Daniele Varelli, lo scrittore dalla parola necessaria
Radicato a Udine ma mai integrato, attraversa le parole per scoprire ciò che non si vede. C’è in lui un’ombra vigile, inquieta e lucida che scava sotto la superficie delle cose e ne restituisce il segreto. Trasforma oggetti in storie, silenzi in senso. Scrive con precisione, passione e una sottile, irriducibile intensità.
Daniele Varelli. Le parole sono il suo destino?
Sì, assolutamente, perché fino da bambino le parole mi hanno affascinato. Direi più che le parole, la scrittura. Cioè il segno scritto, questo codice di segni, di simboli che prendono forma quasi magicamente esprimono non solo concetti, ma emozioni, memorie, suoni. In fondo, se ci pensiamo, l’essere umano è l’unico esemplare del regno animale che fa questa cosa stranissima che è scrivere. E questa è una particolarità che lo rende molto interessante.
È arrivato alla pubblicità quasi per caso. Cosa ha riconosciuto subito in quel mondo?
Il mio mestiere di copywriter nasce, sì, da un incontro fortuito, inaspettato, che si è innestato sulla mia passione già esistente per lo scrivere e mi ha dato la possibilità di guadagnarmi la vita facendo proprio questo, cioè usando la scrittura e usando la creatività, che sono due strumenti che ho già in me incorporati, credo da sempre. Ed è un lavoro che mi ha subito appassionato e continua a appassionarmi dopo tanti anni, anche perché mi permette di incontrare molte altre persone cheee hanno delle idee fantastiche e mi chiedono di raccontarle.
Udine è il suo perimetro esistenziale?
Io dico sempre: sono nato a Udine, ho sempre vissuto qui, ma non mi sono mai integrato. È una città molto piacevole, collocata in un territorio splendido, però secondo me dovrebbe ampliare un pochino i suoi orizzonti e ogni tanto cercare di fare un piccolo sforzo di immaginazione, magari anche provare a sorridere ogni tanto.
Come trasforma le cose in storie? È più intuizione o disciplina?
In Giappone c’è un modo di dire, mono no aware, il sentimento delle cose. Questo vuol dire che gli oggetti, i prodotti, ma anche gli alberi, i fiori, il cielo ci parlano. Basta mettersi in silenzio e ascoltare. È un linguaggio fatto di sensazioni, di ricordi, di risonanze, di meraviglie. Poi, ovviamente, per raccontare queste storie ci vuole anche disciplina. Però sempre i giapponesi ci insegnano che senza un rigoroso esercizio non si ottiene nulla, tanto meno la semplicità.
Perché la parola non è solo comunicazione?
Le parole sono degli strumenti, creano relazioni, permettono di svolgere dei compiti, raggiungere degli obiettivi. Però la loro funzione non è solo quella. Se il linguaggio fosse semplicemente un macinino a manovella sarebbe troppo poco. Ad esempio, nelle parole è importante non solo quello che dicono, ma anche quello che non dicono. Magari lo fanno scoprire, magari lo fanno immaginare. Ed è proprio così che nascono le poesie, i racconti, i romanzi, ma anche quelle pubblicità che ci ricordiamo dopo venti o trent’anni.
Le è mai capitato di non riuscire a raccontare qualcosa pur avendo tutte le parole per farlo?
Dopo tanti anni di professionismo, quando mi viene affidata una narrazione riesco sempre a svilupparla. Ecco, non soffro di blocco dello scrittore. A volte sono un po’ lento, intorpidito, però un buon caffè e passa. Certo, a volte avrei voluto raccontare meglio, essere più originale, essere più memorabile, più divertente, però credo che ogni attività creativa abbia in sé un quoziente salutare di insoddisfazione. E guai se non fosse così, perché è uno stimolo a fare sempre meglio.
Quando una storia è riuscita, lei come se ne accorge?
Me ne accorgo rileggendola e scoprendo delle cose che non avrei mai pensato prima.
Oggi perché scrive?
Oggi più che mai perché mi piace. Sento parlare di liberazione dalla fatica, addirittura dalla frustrazione della scrittura, ed è un concetto che posso anche comprendere, però non lo condivido, perché scrivere per me è una necessità, è come respirare, costruire frasi, cercare parole, togliere e mettere virgole, correggere, ricorreggere, allungare, accorciare. È un gioco. E poi ricordiamoci che la scrittura non è solo un processo mentale, è qualcosa che passa attraverso il corpo, attraverso i sensi, la carne, le ossa. E quindi scrivere oggi mi fa sentire vivo.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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