Caterina Ursella, l’idealista della realtà possibile
È una presenza che unisce impulso e ricerca. L’energia la muove veloce, ma non sempre in linea retta. Esplora, devia, ritorna finché qualcosa tiene. Non si ferma allo slancio, insiste, costruisce, attraversa. C’è forza, ma non ancora forma definitiva. In lei il coraggio non è certezza, è una volontà che resta, anche quando la direzione non è ancora chiara.
Caterina Ursella si sente più progettista o pensatrice urbana?
Allora, è una domanda un po’ particolare perché in realtà le due cose non si escludono, nel senso che per definizione quando si fa urbanistica l’analisi è già progetto, ovvero gli elementi che si osservano, che si intende mettere in risalto nelle fasi iniziali e quindi quando si pensa in un qualche modo alla città, portano già con sé un’intenzione di che cosa si vuole osservare e da cui eventualmente partire per una definizione di strategie. E quindi si parla di elementi esistenti che sono strutturanti rispetto alle strategie. E quindi la strategia può essere vista come il progetto in architettura. Però in conclusione direi più pensatrice urbana.
Lei ha uno sguardo che tiene insieme le cose. È qualcosa che ha sempre avuto o che ha imparato?
C’è una predisposizione forse all’essere curiosa e poi forse nello specifico sono proprio le esperienze che ho fatto nel corso degli studi a portarmi ad avere un interesse sempre maggiore per le materie che riguardano il territorio, comunque la città, quindi lo sguardo ampio che ha quel tipo di disciplina lì insomma.
Il dottorato in Scienze Biomediche e Biotecnologiche è il suo turning point?
Allora, sicuramente è stato un momento cruciale per la mia vita in quanto appunto il dottorato non è un percorso obbligato, non è un, un percorso che è necessario per potersi emancipare come può essere per esempio fare la patente o laurearsi o prendere un titolo insomma, ma secondo me è appunto più un investimento di tempo e di energie che vengono dedicate per approfondire un argomento e quindi lo fai anche un po’ con l’ambizione di aggiungere un pezzettino di conoscenza all’umanità, di sicuro non lo fai per lo stipendio.
Esiste la formula della mobilità perfetta?
Direi di no, però appunto ci sono molti modi per migliorare la mobilità in generale e far sì che tutti abbiano la possibilità di muoversi liberamente nello spazio pubblico della città senza dover dipendere per forza da un mezzo specifico come può essere l’automobile e a cui si associa in realtà anche un effettivo beneficio in termini di salute perché le persone si muovono di più quando non devono per forza utilizzare l’automobile.
Quando una città funziona è merito delle infrastrutture o delle persone?
Spesse volte è il contesto stesso ad influenzare le scelte di comportamento delle persone e quindi diciamo è più facile che si riesca a modificare un, magari un comportamento agendo direttamente sul contesto, ma se guardiamo anche nella storia vediamo per esempio i movimenti dei Provos olandesi che invece era proprio il contrario, cioè dei movimenti dal basso che hanno portato a una rivoluzione insomma molto interessante.
Cosa significa per lei appartenere a un territorio senza smettere di aprirsi altrove?
Allora, il sentimento di appartenenza al territorio lo si eredita, nel senso che si assimilano secondo me i costumi e la lingua anche di un territorio non per scelta ma perché ci si nasce e probabilmente anche l’attrazione verso il mondo fuori, l’altrove, è anch’esso parte di questa, di questa eredità, almeno nel mio caso è stato così, e quindi è stato abbastanza automatico e anche naturale per me avere questo tipo di approccio alle cose, ecco. Poi in generale penso che non ci può essere progresso senza avere la consapevolezza da dove si parte e che in generale non siamo delle isole.
Se la sua vita fosse una mappa, la percepisce già delineata o sente di tracciarla mentre la percorre?
Il futuro non posso darlo per certo, nel senso che anche tante cose che mi sono accadute, che ho fatto, non avevo messe in preventivo diciamo, però osservando un po’ questa mappa dall’alto vedo che ci sono degli degli elementi che ritornano e quindi spero che continui allo stesso modo, però anche di avere delle sorprese insomma dal futuro.
Si definisce idealista, ma con i piedi per terra. Dove sente di stare davvero?
In quanto persona creativa, quale mi ritengo, penso che il mondo ideale, cioè le idee e avere degli ideali sia molto importante, proprio come motivazione. Ma la soddisfazione più grande è proprio quella di vedere il concretizzarsi di questo ideale, di queste idee creative. E quindi direi che appunto è proprio l’insieme delle due parti che è la cosa più insomma bella.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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