Gabriele Giacomini: “Seminare dubbi, non distribuire certezze.”
È una presenza che abita il dubbio con naturalezza. Curioso, tenace e profondamente attratto dall’essere umano, cerca nelle idee un modo per comprendere il mondo senza semplificarlo. Dietro la riflessione vive uno sguardo aperto che accetta il limite senza smettere di esplorare. In lui la complessità non è un ostacolo, ma il terreno su cui costruire significato.
Gabriele Giacomini, quando ha capito che il dubbio sarebbe diventato il suo mestiere?
Beh, il dubbio è fastidioso, quindi è stata una rivelazione, diciamo così, mal sopportata. Ho cercato di trascurarla a lungo per quieto vivere, però poi alla fin fine la forza della vita è maggiore della nostra e il dubbio poi è diventato il mio, il mio mestiere. Sul ruolo sociale del filosofo, Bobbio, molto celebre, diceva che oggi essere filosofi significa non distribuire certezze ma seminare dubbi. E io modestamente concordo.
Milano è stata una partenza o una trasformazione?
Direi che è stata una ripartenza, perché a Udine ho studiato soprattutto storia della filosofia e quindi a un certo punto volevo esplorare. E a Milano, in quel periodo, San Raffaele, Massimo Cacciari ha fondato questa facoltà che all’epoca era molto concentrata sul pensiero concreto. Ecco, quindi io posso dire che sento che Milano mi abbia cambiato la vita, senza dubbio da un punto di vista intellettuale.
Lei vive più nelle domande o nelle risposte?
Vorrei moltissimo con tutto me stesso vivere nelle risposte, ma purtroppo non ho abbastanza talento per trovarne di definitive e quindi mi ritrovo nelle domande. Invidio molto chi ha fede, chi è convinto, chi sa e pensa che insomma è sufficiente quello, quello che sa.
Cosa la affascina delle persone?
Mi affascinano le contraddizioni, soprattutto. Leopardi, che era un poeta, ma è stato anche un grande filosofo, diceva che come umani siamo in una condizione davvero strana. È una tensione forte. Dal tentativo di gestire questa tensione nasce di tutto, nasce l’arte, nasce la criminalità, nasce la famiglia, nasce la divisione fra le persone, la politica, la guerra, la religione. Queste sono tutte forme di cercare di superare, di risolvere questa tensione.
Nella sua vita ha contato di più l’intuizione o il ragionamento?
Io ho il difetto di essere un over thinker, quindi se le cose me le sento, l’intuizione funziona benissimo anche nella costruzione delle mie idee, la scrittura degli articoli e dei libri. In questo caso il ragionamento non fa altro che mandare alle estreme conseguenze l’intuizione. Se invece non sono convinto, devo dire anche nella vita rischio poi di trovarmi in certe paludi di un ragionamento molto complesso, che però da solo ovviamente non può bastare.
Si è definito come l’acqua. Da dove nasce questa immagine?
Sono molto tenace di carattere. Alla fine, insomma, trovo una strada, un po’ appunto come l’acqua, che la puoi rallentare, ma poi alla fin fine qualche buchino lo trova. E nel tempo anche per questo poi ho fatto ricerca in sociologia, storia moderna, estetica, filosofia politica. L’eclettismo in fondo è stata anche, non so, l’acqua che ha cercato una strada. Poi stamattina ho pensato che sono un cancro. Io non credo assolutamente nello zodiaco, ma oggi sono in vena di cercare conferme, quindi dicono sia un segno d’acqua.
Che posto occupa il futuro nei suoi pensieri?
Beh, io sono un filosofo del digitale, mi occupo di filosofia politica e tecnologie digitali ed è impossibile non pensare a queste tecnologie senza avere uno sguardo al futuro. In realtà noi capiamo già molto poco il passato, nel presente andiamo a tentoni, figuriamoci se siamo in grado di prevedere il futuro. Ma esercitarsi sulle possibili direzioni del futuro io credo che aiuti, se non altro, a non dare per scontato che il futuro sia lineare, sia quello che ci aspettiamo. È modo per prepararsi, diciamo così, alle sorprese. E torna appunto la questione del dubbio.
Quale idea le fa compagnia in questo periodo della vita?
Ultimamente sono ossessionato dall’intelligenza artificiale che utilizziamo noi tutti sempre di più. Al tempo stesso mi affascina moltissimo quelle che sono le reazioni delle persone. Perché noi nel valutare l’IA ho questa impressione non siamo molto obiettivi, ci mettiamo in competizione naturalmente, e quindi siamo un pochino come un giudice che al tempo stesso è uno dei due imputati. È un po’ difficile che il processo vada bene così. Allora io ho l’impressione che tanti, anche i miei colleghi filosofi, si stiano sperticando nel dimostrare che l’IA non è veramente intelligente. Ecco, non so bene dove potrà portare questa strada e soprattutto rischia di essere masochista metterla in un angolo perché dobbiamo salvare il nostro senso di superiorità.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
UDINESI DENTRO lo ascolti anche sulle piattaforme Amazon Music, Spotify, YouTube Music, Apple Podcast




