Serena Selva – Restituire ciò che non ho avuto.
È una presenza che unisce visione e concretezza. Parte dall’intuizione ma costruisce con metodo. Non si limita a immaginare, organizza, connette, rende possibile. Lo sguardo è aperto, formato dal mondo. La direzione è precisa. Lavora perché le idee trovino forma e gli altri possano crescere dentro di esse. In lei la sensibilità non è rifugio, è uno strumento per costruire realtà.
Serena Selva, mettere insieme i pezzi le appartiene o lo ha imparato?
Allora secondo me mi appartiene perché fin da piccola, quando ad esempio a Natale le persone uscivano, rientravano, vedevo della carta, poi stranamente me la trovavo sotto l’albero di Natale. Purtroppo Babbo Natale è durato poco. Nel senso, non l’ho mai ammesso, però è durato pochissimo. Quando c’era un, un qualcosa che non, non mi quadrava o non era il posto giusto, eh, allora subito iniziavo ad indagare, a capire, quindi credo un po’ mi appartenga. Poi dopo ovviamente la curiosità c’è e l’ho affinato nel tempo mettendo questa mia, diciamo, dote, non lo so, questa mia caratteristica l’ha me- l’ho messa sul lavoro, ovviamente.
Il Politecnico a Milano: scelta o possibilità?
È stata una grande possibilità cheee però me la sono scelta, diciamo. Era una possibilità, l’opportunità di poter provare ad entrare in questa, in questa scuola. L’ho scelta anche perché era per me l’unica scelta, era l’unico corso, in quel caso io studiavo design, che c’era in Italia come laurea e quindi a quel tempo era un’unica possibilità, diciamo, e quindi è diventata una scelta.
Viaggiando cosa è cambiato nel suo sguardo?
La luce. [risata] Nel senso, cioè i viaggi ne ho fatti tanti. Ogni viaggio, qualsiasi viaggio, anche il viaggio da qui a Trieste, da Udine a Trieste, dico, cioè già guardare fuori dal finestrino, guardare ti cambia. Questa mattina ho visto una volpe, ad esempio, una piccola volpe che correva in un prato e dici: “Cavoli” e sei a casa tua e vedi questo. Quindi viaggiare ti cambia completamente la luce e il modo di, di vedere le cose. Cioè tutto bello.
Meglio partire o tornare?
Entrambi. È molto complicata. È bello partire perché hai l’euforia e la voglia di conoscere e vedere qualcosa di nuovo e rientrare e metterlo a confronto con quello che hai e dove sei.
A un certo punto è rientrata. Cosa l’ha spinta?
La voglia di riconoscenza. Tornando a quello che stavamo dicendo prima del Politecnico, era l’unica possibilità nella scelta che avevo fatto nella vita o quello che volevo studiare. Il fatto di essere tornata, se si intende tornata in Friuli, in– o a Udine, è perché finalmente potevo dare a qualcun altro quello che non avevo potuto fare a casa mia.
Come si progetta la formazione oggi?
Mmh io ritengo che con empatia. Se hai empatia e riesci a dare a degli studenti la voglia di ricercare, la voglia di fare, hai vinto. E infatti è un po’ il mio motto: cercare di, mmh, lavorare con tutti dei professionisti, che poi sono dei docenti nel mio caso, che abbiano empatia, riescano a capire gli studenti per quel che possono e poi dare la voglia di fare, quindi dare il sapere. È un po’, secondo me, molto diverso da quando ho studiato io, dove erano molto duri e non c’era per nulla empatia. Ora invece è fondamentale.
Rispetto e comprensione. Che posto hanno nella sua vita?
Io cerco di mettermi sempre dall’altra parte, capire perché avvengono le cose, perché solo cercando di comprendere riesci a dare rispetto e ricevere rispetto. E sono il numero uno, diciamo, della classifica dei, dei valori, perchéèè mhm è l’unico modo per poter vivere in armonia.
Perché quando è sola non mangia volentieri?
Perché non scopri nulla di nuovo. Quando ti trovi a mangiare con qualcuno riesci a capire, a scoprire qualcosa, che sia un gusto, che sia una parte della vita di, di qualcuno, potrebbe essere un sapore, potrebbe essere un racconto, potrebbe– quindi da soli, sono dell’idea che anche da soli non si riesce a fare molto. Si fanno tante cose, ma mai forse nel modo profondo.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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